mercoledì 19 giugno 2019

Strafalcioni algheresi



La paglia marina

In questo post troverete gli strafalcioni dell'algherese visto che qualcuno, per il desiderio di scrivere la lingua "colta" catalana, non si fa scrupolo di straziare una lingua che già sta morendo di suo. Ma la sua morte deve avvenire tra mille tormenti, grazie all'accanimento terapeutico della lingua catalana sua lontana antenata.

Oggi ho trovato scritto sul Web la parola rondelle. Tutti noi sappiamo che cosa sono le rondelle ma chi lo ha scritto credeva di scrivere rondalla, cioè rundaglia, cioè favola, racconto.



Lu Qualté in fase di restauro


Ormai sento parlare de lo Quarter, visto che pochi sanno che è lu Qualté, e naturalmente ognuno ripete ciò che legge nei cartelli indicatori.

CONTINUA...


sabato 8 giugno 2019

18. Altro ancora


Come si sa, le ricerche non finiscono mai. Ecco quindi altre informazioni sulla festa di San Giovanni che ho reperito durante il lavoro sulle Superstizioni che il Gruppo di Studio Tholos ha portato avanti nel 2012.
I processi dell'Inquisizione misero in luce numerose e insospettabili pratiche svolte abitualmente da coloro che intendevano ottenere del bene ma anche del male.
Tra le tante notizie riporto le seguenti legate alla festa di San Giovanni.

Sebastiana Sanna, originaria di Cagliari e residente ad Alghero, fu processata perché:
"... aveva insegnato a Serrampiona Manna certe orazioni, dedicate al sole e alla luna, da recitare nel giorno di S. Giovanni per ottenere beni di fortuna e l'amore delle persone amate" (pag. 135)

Il contadino di Macomer Gavino Faedda, processato nel 1678, confessò che una gitana gli aveva insegnato come, per "liberarsi dai nemici, occorresse cogliere delle erbe nella notte di San Giovanni" .(pag. 139)

Nei processi dell'Inquisizione il malocchio non è molto presente. Nel 1590 Crescentina Mameli di Siamanna confessò che: "Il giorno di San Giovanni Battista, prima del sorgere del sole, andava a cogliere ruta, finocchio selvatico e prendeva acqua benedetta. Con queste tre cose faceva un amuleto che soleva dare perché venisse messo ai bambini contro il malocchio". (pag. 139)
Caterina Casti di San Sperate confessò di conoscere is brebus de piciadura o pitziadura, usati quando una persona era pitziada, cioè afflitta da qualche dolore generalmente al capo:

Santu Juanni a mari andendi
i si batiendi in su riu Jordanu 
sa conca siat sana e Santa Anastasia   
sa conca sana siada.

(Nel frattempo metteva un po' di cenere sulla testa del malato a applicava le mani su di essa)
 Da "Streghe, esorcisti e cercatori di tesori" di Salvatore Loi, AM&D Edizioni, Cagliari, 2008.
In "Il folklore italiano" di Giuseppe Calvia (1926) apprendiamo una tradizione sarda localizzata nella Gallura. Premetto che la riporto per dovere di completezza e mi auguro che tradizioni simili non esistano più in nessun luogo.
"Nella notte della natività di San Giovanni Battista si prende un gatto completamente nero e lo si mette a bollire vivo entro una bignatta, finché tutte le ossa si possano staccare dalla carne. Si prende allora uno specchio e ad una ad una gli si presentano le ossa finché non se ne trovi tale che abbia la virtù di non essere riflessa. Con questo osso in tasca si può entrare dovunque senza esser visti da alcuno. Lo si mette in un sacchetto di pelle di volpe, lo si cuce a filo doppio e lo si appende al collo. Da quel giorno ha inizio la fortuna di chi lo porta, il quale, se ha lunga vita, può divenir più ricco di Mida. così almeno si crede nelle campagne galluresi."
Tale pratica trae origine da un antico mito, quello di Dioniso che, da piccolo, fu attirato dai Titani con una sfera, con un astragalo e con sonagli mentre guardava la sua immagine riflessa in uno specchio. I Titani lo fecero a pezzi e pare che si sia mantenuto nel tempo l'uso di collocare uno specchio sulla fronte di tori e buoi destinati al sacrificio.
Da "La grande enciclopedia della Sardegna" - Miti, Feste e Racconti Popolari  a cura di Dolores Turchi,  La Biblioteca della Nuova Sardegna, 2007
Le ragazze sarde rivolgevano invocazioni a San Giovanni. Gino Cabiddu ne riporta una:

O Santu miu Giuanni                 / O santo mio Giovanni
Pregu chi no m'inganni              / Prego che non m'inganni,
Chi no m'inganno ti pregu!        / Che non m'inganni ti prego!
A chini su coru intregu,               / A chi il cuore affido,
Faimiri sa grazia,                        / Fammi la grazia,
De mi liberai de disgrazia           / Di liberarmi di disgrazia!

Gino Cabiddu - Usi, costumi, riti, tradizioni popolari della Trexenta, Ed Fossataro, Cagliari, 1965
Nel sinodo di Ales del 1696 viene descritta la seguente pratica.

"(Le persone) sogliono digiunare superstiziosamente nel giorno precedente la festa (vigilia) di S. Giovanni Battista, senza mangiare niente in tutto il giorno al di fuori di mezzo pane. Dopo averlo cotto azzimo e fuori dal forno, durante la notte, al sorgere della prima stella e con altre cerimonie scandalose lo prendono e lo mangiano sulla soglia della porta , osservando se una moneta da loro posta dentro il detto pane si trova nella metà che mangiano o nell'altra che buttano sul tetto per arguire se si sposeranno fuori o nella località dove vivono. Identica cosa fanno nella vigilia di S. Nicola vescovo."
Salvatore Loi - Inquisizione, sessualità e  matrimonio, AM&S Edizioni, Cagliari, 2006



Nel romanzo di Verga "Mastro don Gesualdo" il camparo massaro Carmine si lamenta perché il bestiame è svogliato. Allora dice che bisognerebbe mutar pascolo. "Il mal d'occhio! ... è passato qualcheduno che portava il malocchio! Ho seminato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo..."

I Malavoglia di G. Verga, BMM, 1962, pag. 73.




LAMPADAS (GIUGNO)

Sul nome del mese di giugno in sardo, lampadas, Gino Cabiddu ci dà numerose informazioni.
Pare che il nome Lampadas si trovi anche nell'Africa del Nord, come dice San Fulgenzio, Vescovo di Ruspa. Era il mese dedicato dai pagani alla dea Cerere: Lampadarum dies Cereri dedicatus est (il giorno delle Lampade è dedicato a Cerere). Qui si parla di un giorno, non di un mese.
In Africa si celebravano feste con grandi luminarie in onore di Cerere, così come le donne fenicie festeggiavano il loro dio Adone. Nel VI secolo in Africa le feste furono dedicate a San Giovanni. Queste feste si svolgevano nel mese di giugno ed erano chiamate Lampades.
Nella Penisola Iberica si mantengono tracce di questi antichissimi usi e il giorno della festa di San Giovanni Battista era detto Lampa.
In Portogallo San Giovanni fu chiamato nel Medio Evo San Ioào das lampadas o das lampa a causa "das innumeras luminarias, lampadas ou lampasas de ozeite, sebo o cera que ea ed è costume acender en la fiesta de lo Santo Precursor".

Aggiunge Gino Cabiddu che ciò lo asserisce anche Max Leopoldo Wagner.






17. Le feste. Origini e modi di dire

In margine alla ricerca sulla festa di san Giovanni Battista mi sono chiesta che cosa è una festa, quando e perché sono nate le feste, ma sinceramente non sono riuscita a trovare risposte.
Allora sono andata a cercare una definizione antropologica e pare che una festa sia un momento della vita sociale caratterizzato dall'interruzione del lavoro, che si oppone al sistema costituito attraverso i momenti dell'eccesso, della trasgressione e infrazione delle regole, dello spreco e della distruzione.
Secondo Freud la festa è una trasgressione codificata da regole e perciò stesso è repressiva poiché segue comunque un percorso stabilito.
Oggi poi la festa è sempre più confusa con la vacanza che deve essere funzionale al consumismo e quindi è ancora più controllata.
Sulle origini della festa non ho trovato niente ma io mi sono immaginata che la festa forse è scaturita dall'abbondanza. Se la caccia era stata molto proficua e senza significativi incidenti i nostri antichi paleolitici saranno stati molto contenti, avranno fatto salti di gioia, avranno mangiato oltre il necessario, avranno anche sprecato il cibo.


Con la pancia piena saranno stati propensi alla convivialità, all'allegria, avranno guardato con meno sospetto i loro simili. In tempi di abbondanza il futuro sembra meno oscuro e minaccioso, aumenta la sicurezza e la solidarietà nel gruppo. Diminuisce la competizione, c'è posto per tutti.
Quando la nostra mente riesce a cancellare millenni di cultura per tornare agli inizi del nostro cammino si aprono scenari semplici e naturali. Così ci accorgiamo di appartenere ad un mondo che non è di pochi eletti, ma è di tutti e che non dobbiamo permettere a nessuno di spadroneggiare.
Ricercare le origini della festa ci aiuta a riscoprire le radici del nostro pensiero che nasce da un rapporto con la natura che è una madre che ci offre il benessere ma può anche negarcelo se non è rispettata. Questa è la base per costruire una relazione positiva e feconda con la nostra essenza umana che non sia deviata da confusioni tra ciò che siamo e ciò che possediamo. Al di là dei pesanti condizionamenti che ci ingabbiano possiamo riprenderci il diritto di vivere in una società che, spogliata da tante sovrastrutture, ci si presenta facile da comprendere e vicina a noi.

FARE LA FESTA A QUALCUNO
CONCIARE PER LE FESTE

Continuando a riflettere sulle feste mi sono balzati agli occhi due modi di dire: "fare la festa a qualcuno" e "conciare per le feste". Il primo ha un significato inequivocabile che arriva anche ad indicare l'ammazzare, oltreché pestare o dare una lezione memorabile. Ma che cosa può unire la parola "festa" con l'omicidio o il pestaggio? Io azzardo l'ipotesi che il detto derivi dall'uso dei sacrifici umani e per il momento non trovo altra giustificazione all'accostamento dei due vocaboli. Anche gli animali venivano sacrificati, talvolta in gran quantità, per festeggiare. Ci si riferisce dunque all'uccisione di buoi, vitelli, pecore, ecc.?
Il "conciare per le feste" è più ambiguo in quanto il significato da noi attribuito è molto simile al "fare la festa a qualcuno" ma il termine "conciare" evoca una preparazione, fa pensare a un'attività che precede "la festa".
In realtà le vittime sacrificali venivano spesso preparate per il sacrificio anche mesi prima dell'evento, o addirittura anni prima.
È probabile che la parola "conciare" si riferisca alla concia delle pelli che, come si sa, subiscono trattamenti drastici per poter essere utilizzate. E allora il "conciare" si riferirebbe al trattamento da far subire alla persona presa di mira.
Non so se la mia intuizione sia nella giusta direzione ma la trovo stimolante per ulteriori ricerche di tipo antropologico.
"Conciare per le feste" potrebbe voler dire che una persona viene pestata tanto che non potrà partecipare alle feste. O che altro potrebbe significare?
Si noti anche il plurale, che fa pensare a molte feste successive o a un periodo di feste concentrato (tipo il Natale).
Più ci penso, più il significato diventa confuso e oscuro.
Se qualcuno conosce degli studi sull'argomento potrebbe indicarmeli?

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it

16. Grazia Deledda e San Giovanni


La notte tra il 23 e il 24 giugno per gli anglosassoni è la notte di mezz'estate. E' notte di grandi prodigi perché il sole, che il 21 giugno ha toccato il punto più a nord del nostro emisfero e si è fermato per tre giorni (solstizio d'estate), il 24 giugno riprende il percorso ma cambia direzione e va verso sud.
Di alcune tradizioni parla anche Grazia Deledda
"Cadeva la notte di San Giovanni. (...) Olì recava strisce di scarlatto e nastri con i quali voleva segnare (legare con un nastro) i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d'Asfodelo da cogliere l'indomani all'alba per farne medicinali ed amuleti."
Nessuno avrebbe potuto toccare i cespugli segnati.
Poi Olì dice ai fratellini di andare subito a casa perché "i bimbi buoni, nella notte di San Giovanni, vedono aprirsi il cielo e poi vedono il paradiso e il Signore e gli angeli e lo Spirito Santo."

Cenere di Grazia Deledda, Newton Mammut, 1993, pag. 200

In "Colombe e sparvieri" il protagonista Jorgi giace paralizzato a letto già da diversi mesi. Pretu, il ragazzino che lo assiste, parla con Simona, una serva.

"Sai una cosa che fa bene, ma a chi crede in Dio? L'acqua di sorgente, ma attinta proprio dove sgorga e a mezzanotte, stanotte. Sì, l'acqua di san Giovanni, bello mio; non c'è altro, per i paralitici, ma solo per quelli che credono in Dio..."
pag.571


Più tardi arriva il vetturale che consegna una lettera a Jorgi e gli dice:
"Ebbene, come andiamo, Jorgeddu? Ancora a letto? A quest'ora? Alzati, su, poltrone, stanotte è San Giovanni: andremo a cogliere l'alloro per metterlo sui muri onde i ladri e le volpi non li possano saltare."
pag. 572


Dal paesetto salivano gridi di gioia e davanti alla chiesa di San Giovanni, al di là del Municipio, alcuni buontemponi accendevano qualche razzo e i fanciulli davano fuoco a una catasta di rami di lentischio.
Pag. 573

Era quasi notte. S'udivano i gridi dei bimbi, le voci delle donne che si giuravano amicizia stringendo i nodi del comparatico di San Giovanni.


Pretu rientrò e disse: "Mangiate, ziu Jò, io poi andrò a cogliere l'alloro ed a bagnarmi i piedi nella sorgente. Vi porterò un po' d'acqua."
........
Nella straducola le donnicciuole, Banna e la serva, i ragazzi, parlavano di andar alla sorgente per bagnarsi, e stringevano fra loro il comparatico di san Giovanni annodando e snodando sette volte le cocche d'un fazzoletto.
pag. 375
..........
Su proposta di Lia un gruppo di donne partì per andare a bagnarsi i piedi alla sorgente ed a cogliere l'alloro e il timo sull'orlo della valle.
.............
Alcuni ragazzi per non andar troppo lontano si bagnavano i piedi nel rigagnolo che scendeva dalla fontana, e spruzzandosi l'acqua sul viso si rincorrevano ridendo.
pag. 578


Colombe e sparvieri di Grazia Deledda, Newton Mammut, 1993, pag. 571 e seg.

Grazia Deledda descrive i riti della festa di San Giovanni: il fuoco, il comparatico, il bagno, l'alloro utile per tenere lontani ladri e volpi e l'acqua miracolosa se attinta a mezzanotte.


IL COMPARATICO

Ci sono diversi modi per stabilire il comparatico di San Giovanni. Grazia Deledda ci chiarisce il valore di questo legame nel romanzo "Marianna Sirca".
Simone e Costantino sono compari di San Giovanni e in un momento di disaccordo Costantino dice a Simone:
-Ricordati che ci siamo giurati fede la notte di San Giovanni; e il compare di San Giovanni, quale io sono per te e tu per me, è più che la sposa, più che l'amante, più che il fratello, più ancora del figlio. Non c'è che il padre e la madre a superarlo.

Marianna Sirca di Grazia Deledda, Newton Mammut, 1993, pag. 735

15. La chiesa di San Giovanni Battista


LA CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA EXTRAMUROS

Nel 1595 arrivarono ad Alghero i frati Cappuccini. I frati si attivarono per ottenere un terreno e i fondi per l’edificazione delle strutture necessarie alla loro permanenza. Pare che i lavori per la costruzione della chiesa e del convento, siano iniziati intorno al 1600 per concludersi entro il 1605.
Le strutture sorgevano sul colle di San Giovanni e vi rimasero fino al 1718. Nel 1718 furono demolite dal cannone per paura che potessero diventare un luogo utile ai nemici di Filippo V di Spagna che voleva riprendersi la Sardegna già assegnata ai Savoia.
Al loro posto, sul Colle di san Giovanni, nella seconda metà del 1800 fu edificato l’attuale carcere della città di Alghero.
I frati espropriati dei loro edifici si attivarono e nel 1722 ottennero la cappella gentilizia del nobile algherese don Carlos Martì Boyl morto nel 1682. La cappella può essere datata prima del 1656 ed era dedicata a Santa Rosalia di Palermo in quanto il nobiluomo aveva abitato a Palermo per un certo periodo.



Descriviamo brevemente la chiesa, chiusa ormai da diversi anni.
Sul lato sinistro dell’edificio si addossa un portico  con le arcate tamponate, tramite il quale si accede all’ex convento dei Frati Cappuccini, che oggi è inglobato nel Quarter Sayal. All’interno troviamo una navata, coperta da volta a botte lunettata, dove si aprono due cappelle simmetriche: una a destra non più accessibile da quando, in tempi non lontani, fu incorporata da privati nell’attiguo edificio e l’altra a sinistra.
L'altare maggiore è realizzato in stucco marmorizzato policromo e ospita l’ottocentesca statua lignea policroma di San Giovanni Battista.
La pila di  marmo che si vede nei pressi dell’ingresso, con figuretta in rilievo di S. Rosalia risale alla metà del Settecento e ricorda l'originaria denominazione della chiesa.

La descrizione della chiesa è tratta da: Antonio Serra - Le chiese campestri di Alghero.

Nel maggio-giugno 2014 sulla facciata della chiesa è stata allestita una impalcatura per restauri che è stata rimossa nel 2018. Nel frattempo la palma di sinistra si è ammalata e si sta seccando. Ad oggi (giugno 2019) le palme si sono seccate tutte a causa del punteruolo rosso.

LA FESTA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA - I COBLES

In conclusione della ricerca non posso tralasciare di accennare ad un'altra festa di San Giovanni che ad Alghero si svolgeva il 6 maggio con grande solennità nei secoli tra il 1400 e il 1800 e che spesso viene confusa con la ricorrenza del 24 giugno. In realtà il 6 maggio si ricordava San Giovanni Evangelista che, secondo gli algheresi, aveva aiutato la città a sconfiggere i sassaresi e il Visconte di Narbona, i quali tentavano di scacciare da Alghero i catalano-aragonesi. Il fatto è avvenuto il 6 maggio 1412. Il 6 maggio è il giorno del martirio di San Giovanni Evangelista che, messo nell'olio bollente a Roma nei pressi della Porta Latina, si salvò e morì molti anni dopo, il 27 dicembre, giorno della festività del santo.
Il 6 maggio fu per diversi secoli celebrato dagli algheresi che in quell'occasione cantavano i Cobles. La festa fu infine abolita perché rinfocolava antichi attriti fra algheresi e sassaresi e talvolta generava scontri come riportato da Alberto della Marmora e dal canonico Angius. Il canonico Angius afferma che la ricorrenza nella prima metà dell'Ottocento manteneva "solo quello che era puramente religioso nella memoria di quella vittoria".
Come si può vedere dai documenti dell'Archivio Storico di Alghero le spese sostenute per la festa di San Giovanni "Ante Portam Latina" erano a carico del comune.

Antonio Serra – Le chiese campestri di Alghero

14. La Massoneria


LA MASSONERIA

Perché San Giovanni è patrono della Massoneria? 
Caratteristica universale delle antiche Confraternite è il patronato dei due santi: San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista. Il primo è precursore di Gesù, il secondo è autore dell’Apocalisse.
Questi due santi con l’avvento del Cristianesimo sono divenuti l’emblema del culto solare che in passato si festeggiava con i solstizi: la festa del Battista ricorre nel solstizio estivo, quella dell’Evangelista nel solstizio invernale.
Le Confraternite insieme alle religioni del passato avevano ereditato anche la celebrazione dei solstizi.
Durante il paganesimo le Confraternite avevano come protettore Giano Bifronte il cui culto coincideva con i due solstizi.


Giano era la divinità dalla doppia faccia. Una rappresentava il passato, la ricchezza degli antichi, mentre l’altra era il futuro, il progredire del cammino umano. Chi meglio dei due Giovanni avrebbe potuto sostituire il dio bifronte? Sotto il nome di S. Giovanni la Massoneria coltiva l’antico culto filosofico di Giano che era il protettore degli architetti.  

Ancora oggi molte logge in tutto il mondo aprono i loro lavori sul prologo del Vangelo di San Giovanni.
Tanti simboli delle logge sia nell’emblema sia nei sigilli richiamano espressamente i due santi. Ad esempio: aquila, Alfa-Omega simboleggiano l’Evangelista mentre il sigillo Agnus richiama il Battista. Durante la cerimonia si accende un fuoco, simbolo del tempo e del sommo potere. Con questa fiamma deve estinguersi ogni azione o sentimento consumato nelle tenebre dell’ignoranza. 
Il fuoco di San Giovanni è il simbolo della luce, il fuoco cosmico che è all’origine della vita, materiale e spirituale. Quel fuoco che sostiene, conserva e distrugge la vita ma, distruggendola ne crea un’altra.

13. Nel paleolitico


NEL PALEOLITICO

Già dal Paleolitico gli uomini avevano individuato i movimenti della volta celeste osservando una porzione di cielo da un punto fisso, ad esempio l'ingresso di una grotta.



Si incidevano ossa con segni che forse rappresentavano i cicli lunari come dimostrano reperti risalenti anche a 30.000 anni fa.



Ciò significa che già molto presto l'uomo ebbe consapevolezza del movimento ciclico del tempo e si rese conto dell'importanza di conoscere le scansioni dei mesi e delle stagioni. Probabilmente faceva osservazioni sulla comparsa e maturazione dei frutti della terra di cui si cibava, o sui movimenti migratori degli animali che cacciava e associava questi momenti a particolari manifestazioni del sole e della luna.
Una etnoastronoma francese, Chantal Jégues-Wolkiewiez ha avanzato l'ipotesi che a Lascaux sarebbe rappresentata un'antica mappa del cielo.


"Tutto è cominciato quando ho deciso di verificare una mia teoria" spiega la ricercatrice. "Avevo misurato l'orientamento dell'ingresso della grotta e mi ero convinta che durante il solstizio d'estate i raggi del Sole al tramonto vi entrassero fino a illuminare i dipinti della grande Sala dei Tori. Per questo motivo il 21 giugno 1999  mi sono recata sul posto. Era proprio come pensavo. Questo dimostrava che essa non era stata scelta a caso. I dipinti della Sala dei Tori erano fatti in modo che venissero rischiarati dal Sole morente del solstizio, forse perché il solstizio d'estate era un periodo speciale, che serviva come punto di riferimento per la misurazione del tempo durante l'Era paleolitica".

IN SARDEGNA  NEL NURAGICO

Non possiamo sapere se i gruppi di Neolitici che sono approdati sulle coste della Sardegna dopo la fine dell’ultima glaciazione (10.000 anni fa) avessero un loro metodo per misurare il tempo in quanto non abbiamo reperti che ci possano dare testimonianze in questo senso.
Di recente nel cuore dell’Isola di Sant’Antioco si è individuato un cromlech, Sa Corona 'e Marroccusu (3400-3200 a.C.) formato da anelli concentrici, realizzati con macigni di andesite basaltica, e si può ipotizzare che la struttura che si conserva ancora integra e semisommersa dalla macchia , fosse utilizzata per individuare dei riferimenti temporali.

Osservando i monumenti del successivo periodo nuragico si sono riscontrate delle particolarità che fanno pensare proprio ad una loro dislocazione funzionale all’individuazione di solstizi ed equinozi. 

In Sardegna alcuni pozzi sacri e tombe dei giganti sono direzionati verso l’alba dell’equinozio di primavera. Nel pozzo di Santa Cristina durante gli equinozi di primavera e d’autunno, un tempo era il sole a illuminare il fondo del pozzo, facendo passare i suoi raggi attraverso la gradinata.  

A Isili è consuetudine andare a vedere tramontare il sole del solstizio d'estate presso i resti di un nuraghe da cui si scorge il sole scomparire, all’orizzonte, sulla verticale del nuraghe Is Paras. La mattina dopo, sempre dallo stesso basamento o rudere di nuraghe, si scorge il sole sorgere sulla verticale di un terzo nuraghe. Ovviamente qualcuno dirà che è un puro caso. La maggioranza invece afferma che l’intelligenza dei popoli nuragici e il loro spirito di osservazione ha determinato la costruzione dei tre nuraghi proprio per individuare il solstizio d’estate.

A Sedilo presso il nuraghe Iloi gli appassionati di archeo-astronomia si danno appuntamento per ammirare il sole tramontare quasi perfettamente allineato sull’asse di un lato perimetrale del nuraghe. 
È un fenomeno che si può ammirare solo due volte l’anno, appunto in occasione del solstizio d’estate al tramonto e nel solstizio d’inverno, ma in questo caso all’alba.

Lo studioso Mauro Zedda ha effettuato delle osservazioni presso altri complessi nuragici per verificare le sue ipotesi ed è giunto alla conclusione che la quasi totalità dei nuraghi complessi – tra cui rientra anche quello di Iloi – hanno delle linee tangenti alle torri periferiche orientate verso uno dei punti dove sorgono o tramontano il sole e la luna nei solstizi e nei lunistizi.
Secondo Leonardo Melis le feritoie di alcuni nuraghi servivano per indicare i solstizi e gli equinozi. Osservando il nuraghe Aiga di Abbasanta Danilo Scintu ha notato che all'interno della sala del primo piano, a mezzogiorno nel solstizio d’estate il sole entra dal foro apicale della cupola e va a illuminare la nicchia frontale all’ingresso. Per ottenere questo effetto occorre calcolare i movimenti del sole, le esatte dimensioni di cupola, di base e di posizionamento della nicchia. 


Nicchia del nuraghe Aiga

Nell'immagine tratta dal libro “Le torri del cielo” di Danilo Scintu si vede l'interno della sala del primo piano del nuraghe Aiga di Abbasanta. Si fa anche l'ipotesi che la nicchia ospitasse la sepoltura di una persona importante, forse un eroe nuragico.


Sezione del nuraghe Aiga

Strafalcioni algheresi

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