IL CANONICO ANGIUS
LA SARDEGNA DELL'OTTOCENTO
Nel 1833 l’abate Goffredo Casalis iniziò la redazione di un Dizionario Storico relativo al Regno di Sardegna. La compilazione della parte riguardante la Sardegna fu affidata al canonico Vittorio Angius.
L’opera si concluse nel 1856 ed è caratterizzata da rigore e precisione.
Ci siamo riferiti a tale opera per trarre informazioni sulla festa di San Giovanni nell’Ottocento in Sardegna. Il testo è riportato quasi integralmente nelle parti di nostro interesse.
“A Bidonì le principali sacre solennità sono addì 24 giugno per lo patrono (San Giovanni Battista), ed a’ 27 dicembre per lo compatrono s. Giovanni evangelista. Sono le feste de corriòlu, caratterizzate dalla distribuzione ai concorrenti di pane e carni.
A Bonorva si fa festa per San Giovanni Battista “che era per lo avanti una delle principali di tutto il Logudòro.” C’è una fiera, la corsa, fuochi artificiali, carole, e canti d’improvvisatori che in varie parti della piazza dove c’è la fiera gareggiano fino a notte avanzata.
A Cagliari nella sera del 23 giugno sino a dopo la mezzanotte è solito farsi gran rumore dalla gioventù e dalla plebe. Dappertutto è baldoria, e si prende diletto a lanciare e a far scoppiare dei fuochi artificiali. Lo stesso si fa per San Pietro.
A Castelsardo secondo una superstizione si crede che se qualcuno si alza prima dell’alba nel giorno di San Giovanni Battista non avrà la rogna.
Chi strapperà una felce in quel giorno potrà vedere mostruosi spaventosi fantasmi.
A Dorgali per la festa di San Giovanni Battista si dà pranzo gratuito agli accorrenti, vi si corre il palio, e vi ha molta allegrezza per cantici e carole (danze medievali in cerchio).
A Laconi si festeggia per la decollazione del santo il 29 agosto e si dà lo spettacolo della corsa.
A Magomadas si celebrano due feste, una il 24 giugno e l’altra il 29 agosto. I balli nella pubblica piazza sono molto animati.
A Mara nella festa c’è molto concorso di ospiti, che fanno le loro divozioni e si sollazzano nei pubblici balli.
A Mores nella campagna non lungi dal fiume Malis si celebra una gran festa nella chiesa di San Giovanni con numerosissimo concorso da tutti i luoghi circonvicini, gara di corsieri, e sollazzo di continue danze e cantiche.
A Nuragugume la festa è allegrata da pubblici divertimenti, principalmente da quello della danza al suono delle canne.
Ad Oristano i sacerdoti illuminati che hanno cura delle anime studiano con grande zelo a estirpare certe pazze opinioni che si prendono nella prima età; ma il successo non è molto felice, perché la loro opera si annienta da coloro ai quali giova che il popolo ritenga quelle opinioni.
Continuano molte antiche superstiziose consuetudini, i capannelli nella veglia di S. Giovanni Battista, tra le cui fiamme passan di salto i ragazzi, non nell’intendimento degli antichi di purificarsi, ma per giuoco.
Nello stesso giorno, traesi dall’oscuro, e soventi da sotto il letto, il nènniri (l’antico giardino di Adone), che è un fascio de’ germi che diedero le semenze del frumento, dell’orzo e di alcuni legumi, involte nella stoppia entro una scodella, e innaffiate.
Se la germinazione sia stata prospera, la fanciulla che seminò il nènniri compiacesi di essere cara a S. Giovanni, dal quale crede stati innaffiati i grani, lo adorna di bei garofani, e lo manda in giro alle sue amiche ed anche a giovani delle famiglie consanguinee o amiche, perché tolgansi un fiore e facciano alleanza di perpetua amicizia. Da quel giorno lasciano il tu se pria l’usavano , e prendendo il voi, si danno il titolo di comari e comari, o compari e comari.
Sono non poche fanciulle del popolo che versano il piombo liquefatto in una scodella di acqua per sapere di che mestiere sarà il futuro sposo, volendo indovinarlo dalla forma che presentino le stille di metallo.”
Parlando di Orotelli il canonico Angius specifica:
“La chiesa parrocchiale … è intitolata a s. Giovanni Battista, nella cui vigilia da molte persone di questo popolo, per la crassa ignoranza in cui giacciono, sin poco dopo la mezzanotte si dà opera alle più assurde superstizioni.”. Aggiunge poi che si celebrano alcune piccole fiere e si ha lo spettacolo della corsa dei cavalli.
A Pattada il 24 giugno si celebra una fiera, si corre il palio e si danza allegramente.
A Sassari nella sera della vigilia si fanno fuochi di gioia, ma in modo molto maggiore che per S. Antonio da Padova (sic) e si accendono dai giovani polveri artificiali da mano, però in quantità molto minore che in Cagliari, dove se ne consumano molti quintali.
Nella plebe restano ancora radicate molte superstizioni, che, come in altre parti dell’Isola, così in Sassari, si praticano nella vigilia di questa solennità. La loro persistenza prova che il popolo non è ancora sufficientemente istrutto nella religione.
A Senis si corre il palio e il popolo si sollazza nella danza nazionale all’armonia delle canne, o lionelle. C’è concorso di forestieri.
A Seui in occasione della solennità, si prepara un pranzo popolare, al quale senz’invito sono ammessi quanti si presentino per parteciparne, sieno persone del paese, o forestieri.
A Siniscola le fanciulle per conoscere la condizione del futuro loro sposo usano nella vigilia di San Giovanni Battista preparar tre fave, una con tutta la buccia, l’altra sbucciata per metà, la terza totalmente. Nella mattina vanno a prenderne una ad occhi chiusi, e se prendono quella che ha tutta la buccia si persuadono che lo sposo sarà persona ricca, se la sbucciata lo sposo sarà povero, se l’altra sarà di mediocre fortuna. Usano pure prendere le cime di tre cardi asinini che abbiano il fiore. Tolto il fiore lo mettono sul tetto, poi nel mattino vanno a osservare: se vi trovano sopra le formiche lo sposo sarà possessore di pecore, se un insetto rosso alato che chiamano bacca de s. Antoni sarà proprietario di vacche, se uno scarafaggio sarà agricoltore.
A San Giovanni si raccolgono ruta, iperico, artemisia, verbena, ribes, aglio, lavanda, rosmarino corbezzolo, menta e altre erbe.
La raccolta va fatta all'alba quando le piante sono umide di rugiada.
Dopo il mezzodì della stessa festa parte dal paese verso il mare un gran numero di cavalli, e gli sposi portano alle groppe le loro fidanzate, i fratelli le sorelle, i mariti le mogli per bagnarsi, e poi si sollazzano sulla sponda. Le persone che non possono andare ala spiaggia si bagnano nel fiume, sì che il lavacro è generale.
Inoltre c’è una fiera, spettacoli e divertimenti con grande concorso di gente.
A Teti si fa la corsa dei cavalli.
A Thiesi la festa principale e veramente popolare è quella di S. Giovanni Battista, alla quale intervengono molti dai paesi vicini per visitar gli amici, e per godere dello spettacolo della corsa de’ barberi e de’ fuochi artificiali.
A Tramatza il 24 giugno si fa festa con gran quantità di popolo dai luoghi vicini, tenendosi nel vespro la corsa de’ cavali per i soliti premi (di solito pezze di stoffa). ”
Commentando in generale le feste l’Angius precisa che: “Le allegrezze corrispondono all’esito dei lavori agrari”
Suonatore di launeddas in un murale di Tinnura
Le testimonianze dell’Angius risultano oltremodo importanti. Infatti ci dicono come si festeggiava nell’Ottocento nei paesi e nelle città della Sardegna. Le attività principali erano le danze tradizionali al suono delle launeddas, la corsa dei cavalli, e il pranzo offerto gratuitamente a tutti coloro che si presentavano. Talvolta i paesi erano così poveri che non potevano organizzare la corsa dei cavalli in quanto era previsto un premio consistente di solito in una pezza di stoffa pregiata.
A Cagliari come ad Oschiri la festa di San Giovanni era associata a quella di San Pietro che si celebra quattro giorni dopo.
Ballo tondo nella piazza della chiesa
Dipinto di Simone Manca di Mores
Anche in Sardegna il clero lottò inutilmente contro le superstizioni del popolo che continuava a praticare gli antichi riti agrari e purificatori. L’Angius precisa che la festa del 24 giugno era una delle principali di tutto il Logudoro e che i fuochi erano più numerosi che per sant’Antonio Abate.
L’affermazione che “più il raccolto era stato abbondante, più allegra era la festa”, ci riporta col pensiero ad un periodo nel quale l’andamento della stagione agraria determinava la differenza tra salute e malattia, tra vita e morte. Festeggiare significava ringraziare per l’abbondanza e augurarsi che mai più tornassero gli stenti e le privazioni.
Vittorio Angius: “Città e villaggi della Sardegna dell’Ottocento” Ilisso - tratto dal “Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna” di Goffredo Casalis- 1833-1856



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