mercoledì 19 giugno 2019

Strafalcioni algheresi



La paglia marina

In questo post troverete gli strafalcioni dell'algherese visto che qualcuno, per il desiderio di scrivere la lingua "colta" catalana, non si fa scrupolo di straziare una lingua che già sta morendo di suo. Ma la sua morte deve avvenire tra mille tormenti, grazie all'accanimento terapeutico della lingua catalana sua lontana antenata.

Oggi ho trovato scritto sul Web la parola rondelle. Tutti noi sappiamo che cosa sono le rondelle ma chi lo ha scritto credeva di scrivere rondalla, cioè rundaglia, cioè favola, racconto.



Lu Qualté in fase di restauro


Ormai sento parlare de lo Quarter, visto che pochi sanno che è lu Qualté, e naturalmente ognuno ripete ciò che legge nei cartelli indicatori.

CONTINUA...


sabato 8 giugno 2019

18. Altro ancora


Come si sa, le ricerche non finiscono mai. Ecco quindi altre informazioni sulla festa di San Giovanni che ho reperito durante il lavoro sulle Superstizioni che il Gruppo di Studio Tholos ha portato avanti nel 2012.
I processi dell'Inquisizione misero in luce numerose e insospettabili pratiche svolte abitualmente da coloro che intendevano ottenere del bene ma anche del male.
Tra le tante notizie riporto le seguenti legate alla festa di San Giovanni.

Sebastiana Sanna, originaria di Cagliari e residente ad Alghero, fu processata perché:
"... aveva insegnato a Serrampiona Manna certe orazioni, dedicate al sole e alla luna, da recitare nel giorno di S. Giovanni per ottenere beni di fortuna e l'amore delle persone amate" (pag. 135)

Il contadino di Macomer Gavino Faedda, processato nel 1678, confessò che una gitana gli aveva insegnato come, per "liberarsi dai nemici, occorresse cogliere delle erbe nella notte di San Giovanni" .(pag. 139)

Nei processi dell'Inquisizione il malocchio non è molto presente. Nel 1590 Crescentina Mameli di Siamanna confessò che: "Il giorno di San Giovanni Battista, prima del sorgere del sole, andava a cogliere ruta, finocchio selvatico e prendeva acqua benedetta. Con queste tre cose faceva un amuleto che soleva dare perché venisse messo ai bambini contro il malocchio". (pag. 139)
Caterina Casti di San Sperate confessò di conoscere is brebus de piciadura o pitziadura, usati quando una persona era pitziada, cioè afflitta da qualche dolore generalmente al capo:

Santu Juanni a mari andendi
i si batiendi in su riu Jordanu 
sa conca siat sana e Santa Anastasia   
sa conca sana siada.

(Nel frattempo metteva un po' di cenere sulla testa del malato a applicava le mani su di essa)
 Da "Streghe, esorcisti e cercatori di tesori" di Salvatore Loi, AM&D Edizioni, Cagliari, 2008.
In "Il folklore italiano" di Giuseppe Calvia (1926) apprendiamo una tradizione sarda localizzata nella Gallura. Premetto che la riporto per dovere di completezza e mi auguro che tradizioni simili non esistano più in nessun luogo.
"Nella notte della natività di San Giovanni Battista si prende un gatto completamente nero e lo si mette a bollire vivo entro una bignatta, finché tutte le ossa si possano staccare dalla carne. Si prende allora uno specchio e ad una ad una gli si presentano le ossa finché non se ne trovi tale che abbia la virtù di non essere riflessa. Con questo osso in tasca si può entrare dovunque senza esser visti da alcuno. Lo si mette in un sacchetto di pelle di volpe, lo si cuce a filo doppio e lo si appende al collo. Da quel giorno ha inizio la fortuna di chi lo porta, il quale, se ha lunga vita, può divenir più ricco di Mida. così almeno si crede nelle campagne galluresi."
Tale pratica trae origine da un antico mito, quello di Dioniso che, da piccolo, fu attirato dai Titani con una sfera, con un astragalo e con sonagli mentre guardava la sua immagine riflessa in uno specchio. I Titani lo fecero a pezzi e pare che si sia mantenuto nel tempo l'uso di collocare uno specchio sulla fronte di tori e buoi destinati al sacrificio.
Da "La grande enciclopedia della Sardegna" - Miti, Feste e Racconti Popolari  a cura di Dolores Turchi,  La Biblioteca della Nuova Sardegna, 2007
Le ragazze sarde rivolgevano invocazioni a San Giovanni. Gino Cabiddu ne riporta una:

O Santu miu Giuanni                 / O santo mio Giovanni
Pregu chi no m'inganni              / Prego che non m'inganni,
Chi no m'inganno ti pregu!        / Che non m'inganni ti prego!
A chini su coru intregu,               / A chi il cuore affido,
Faimiri sa grazia,                        / Fammi la grazia,
De mi liberai de disgrazia           / Di liberarmi di disgrazia!

Gino Cabiddu - Usi, costumi, riti, tradizioni popolari della Trexenta, Ed Fossataro, Cagliari, 1965
Nel sinodo di Ales del 1696 viene descritta la seguente pratica.

"(Le persone) sogliono digiunare superstiziosamente nel giorno precedente la festa (vigilia) di S. Giovanni Battista, senza mangiare niente in tutto il giorno al di fuori di mezzo pane. Dopo averlo cotto azzimo e fuori dal forno, durante la notte, al sorgere della prima stella e con altre cerimonie scandalose lo prendono e lo mangiano sulla soglia della porta , osservando se una moneta da loro posta dentro il detto pane si trova nella metà che mangiano o nell'altra che buttano sul tetto per arguire se si sposeranno fuori o nella località dove vivono. Identica cosa fanno nella vigilia di S. Nicola vescovo."
Salvatore Loi - Inquisizione, sessualità e  matrimonio, AM&S Edizioni, Cagliari, 2006



Nel romanzo di Verga "Mastro don Gesualdo" il camparo massaro Carmine si lamenta perché il bestiame è svogliato. Allora dice che bisognerebbe mutar pascolo. "Il mal d'occhio! ... è passato qualcheduno che portava il malocchio! Ho seminato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo..."

I Malavoglia di G. Verga, BMM, 1962, pag. 73.




LAMPADAS (GIUGNO)

Sul nome del mese di giugno in sardo, lampadas, Gino Cabiddu ci dà numerose informazioni.
Pare che il nome Lampadas si trovi anche nell'Africa del Nord, come dice San Fulgenzio, Vescovo di Ruspa. Era il mese dedicato dai pagani alla dea Cerere: Lampadarum dies Cereri dedicatus est (il giorno delle Lampade è dedicato a Cerere). Qui si parla di un giorno, non di un mese.
In Africa si celebravano feste con grandi luminarie in onore di Cerere, così come le donne fenicie festeggiavano il loro dio Adone. Nel VI secolo in Africa le feste furono dedicate a San Giovanni. Queste feste si svolgevano nel mese di giugno ed erano chiamate Lampades.
Nella Penisola Iberica si mantengono tracce di questi antichissimi usi e il giorno della festa di San Giovanni Battista era detto Lampa.
In Portogallo San Giovanni fu chiamato nel Medio Evo San Ioào das lampadas o das lampa a causa "das innumeras luminarias, lampadas ou lampasas de ozeite, sebo o cera que ea ed è costume acender en la fiesta de lo Santo Precursor".

Aggiunge Gino Cabiddu che ciò lo asserisce anche Max Leopoldo Wagner.






17. Le feste. Origini e modi di dire

In margine alla ricerca sulla festa di san Giovanni Battista mi sono chiesta che cosa è una festa, quando e perché sono nate le feste, ma sinceramente non sono riuscita a trovare risposte.
Allora sono andata a cercare una definizione antropologica e pare che una festa sia un momento della vita sociale caratterizzato dall'interruzione del lavoro, che si oppone al sistema costituito attraverso i momenti dell'eccesso, della trasgressione e infrazione delle regole, dello spreco e della distruzione.
Secondo Freud la festa è una trasgressione codificata da regole e perciò stesso è repressiva poiché segue comunque un percorso stabilito.
Oggi poi la festa è sempre più confusa con la vacanza che deve essere funzionale al consumismo e quindi è ancora più controllata.
Sulle origini della festa non ho trovato niente ma io mi sono immaginata che la festa forse è scaturita dall'abbondanza. Se la caccia era stata molto proficua e senza significativi incidenti i nostri antichi paleolitici saranno stati molto contenti, avranno fatto salti di gioia, avranno mangiato oltre il necessario, avranno anche sprecato il cibo.


Con la pancia piena saranno stati propensi alla convivialità, all'allegria, avranno guardato con meno sospetto i loro simili. In tempi di abbondanza il futuro sembra meno oscuro e minaccioso, aumenta la sicurezza e la solidarietà nel gruppo. Diminuisce la competizione, c'è posto per tutti.
Quando la nostra mente riesce a cancellare millenni di cultura per tornare agli inizi del nostro cammino si aprono scenari semplici e naturali. Così ci accorgiamo di appartenere ad un mondo che non è di pochi eletti, ma è di tutti e che non dobbiamo permettere a nessuno di spadroneggiare.
Ricercare le origini della festa ci aiuta a riscoprire le radici del nostro pensiero che nasce da un rapporto con la natura che è una madre che ci offre il benessere ma può anche negarcelo se non è rispettata. Questa è la base per costruire una relazione positiva e feconda con la nostra essenza umana che non sia deviata da confusioni tra ciò che siamo e ciò che possediamo. Al di là dei pesanti condizionamenti che ci ingabbiano possiamo riprenderci il diritto di vivere in una società che, spogliata da tante sovrastrutture, ci si presenta facile da comprendere e vicina a noi.

FARE LA FESTA A QUALCUNO
CONCIARE PER LE FESTE

Continuando a riflettere sulle feste mi sono balzati agli occhi due modi di dire: "fare la festa a qualcuno" e "conciare per le feste". Il primo ha un significato inequivocabile che arriva anche ad indicare l'ammazzare, oltreché pestare o dare una lezione memorabile. Ma che cosa può unire la parola "festa" con l'omicidio o il pestaggio? Io azzardo l'ipotesi che il detto derivi dall'uso dei sacrifici umani e per il momento non trovo altra giustificazione all'accostamento dei due vocaboli. Anche gli animali venivano sacrificati, talvolta in gran quantità, per festeggiare. Ci si riferisce dunque all'uccisione di buoi, vitelli, pecore, ecc.?
Il "conciare per le feste" è più ambiguo in quanto il significato da noi attribuito è molto simile al "fare la festa a qualcuno" ma il termine "conciare" evoca una preparazione, fa pensare a un'attività che precede "la festa".
In realtà le vittime sacrificali venivano spesso preparate per il sacrificio anche mesi prima dell'evento, o addirittura anni prima.
È probabile che la parola "conciare" si riferisca alla concia delle pelli che, come si sa, subiscono trattamenti drastici per poter essere utilizzate. E allora il "conciare" si riferirebbe al trattamento da far subire alla persona presa di mira.
Non so se la mia intuizione sia nella giusta direzione ma la trovo stimolante per ulteriori ricerche di tipo antropologico.
"Conciare per le feste" potrebbe voler dire che una persona viene pestata tanto che non potrà partecipare alle feste. O che altro potrebbe significare?
Si noti anche il plurale, che fa pensare a molte feste successive o a un periodo di feste concentrato (tipo il Natale).
Più ci penso, più il significato diventa confuso e oscuro.
Se qualcuno conosce degli studi sull'argomento potrebbe indicarmeli?

Per altre informazioni: e-mail - tilgio@virgilio.it

16. Grazia Deledda e San Giovanni


La notte tra il 23 e il 24 giugno per gli anglosassoni è la notte di mezz'estate. E' notte di grandi prodigi perché il sole, che il 21 giugno ha toccato il punto più a nord del nostro emisfero e si è fermato per tre giorni (solstizio d'estate), il 24 giugno riprende il percorso ma cambia direzione e va verso sud.
Di alcune tradizioni parla anche Grazia Deledda
"Cadeva la notte di San Giovanni. (...) Olì recava strisce di scarlatto e nastri con i quali voleva segnare (legare con un nastro) i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d'Asfodelo da cogliere l'indomani all'alba per farne medicinali ed amuleti."
Nessuno avrebbe potuto toccare i cespugli segnati.
Poi Olì dice ai fratellini di andare subito a casa perché "i bimbi buoni, nella notte di San Giovanni, vedono aprirsi il cielo e poi vedono il paradiso e il Signore e gli angeli e lo Spirito Santo."

Cenere di Grazia Deledda, Newton Mammut, 1993, pag. 200

In "Colombe e sparvieri" il protagonista Jorgi giace paralizzato a letto già da diversi mesi. Pretu, il ragazzino che lo assiste, parla con Simona, una serva.

"Sai una cosa che fa bene, ma a chi crede in Dio? L'acqua di sorgente, ma attinta proprio dove sgorga e a mezzanotte, stanotte. Sì, l'acqua di san Giovanni, bello mio; non c'è altro, per i paralitici, ma solo per quelli che credono in Dio..."
pag.571


Più tardi arriva il vetturale che consegna una lettera a Jorgi e gli dice:
"Ebbene, come andiamo, Jorgeddu? Ancora a letto? A quest'ora? Alzati, su, poltrone, stanotte è San Giovanni: andremo a cogliere l'alloro per metterlo sui muri onde i ladri e le volpi non li possano saltare."
pag. 572


Dal paesetto salivano gridi di gioia e davanti alla chiesa di San Giovanni, al di là del Municipio, alcuni buontemponi accendevano qualche razzo e i fanciulli davano fuoco a una catasta di rami di lentischio.
Pag. 573

Era quasi notte. S'udivano i gridi dei bimbi, le voci delle donne che si giuravano amicizia stringendo i nodi del comparatico di San Giovanni.


Pretu rientrò e disse: "Mangiate, ziu Jò, io poi andrò a cogliere l'alloro ed a bagnarmi i piedi nella sorgente. Vi porterò un po' d'acqua."
........
Nella straducola le donnicciuole, Banna e la serva, i ragazzi, parlavano di andar alla sorgente per bagnarsi, e stringevano fra loro il comparatico di san Giovanni annodando e snodando sette volte le cocche d'un fazzoletto.
pag. 375
..........
Su proposta di Lia un gruppo di donne partì per andare a bagnarsi i piedi alla sorgente ed a cogliere l'alloro e il timo sull'orlo della valle.
.............
Alcuni ragazzi per non andar troppo lontano si bagnavano i piedi nel rigagnolo che scendeva dalla fontana, e spruzzandosi l'acqua sul viso si rincorrevano ridendo.
pag. 578


Colombe e sparvieri di Grazia Deledda, Newton Mammut, 1993, pag. 571 e seg.

Grazia Deledda descrive i riti della festa di San Giovanni: il fuoco, il comparatico, il bagno, l'alloro utile per tenere lontani ladri e volpi e l'acqua miracolosa se attinta a mezzanotte.


IL COMPARATICO

Ci sono diversi modi per stabilire il comparatico di San Giovanni. Grazia Deledda ci chiarisce il valore di questo legame nel romanzo "Marianna Sirca".
Simone e Costantino sono compari di San Giovanni e in un momento di disaccordo Costantino dice a Simone:
-Ricordati che ci siamo giurati fede la notte di San Giovanni; e il compare di San Giovanni, quale io sono per te e tu per me, è più che la sposa, più che l'amante, più che il fratello, più ancora del figlio. Non c'è che il padre e la madre a superarlo.

Marianna Sirca di Grazia Deledda, Newton Mammut, 1993, pag. 735

15. La chiesa di San Giovanni Battista


LA CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA EXTRAMUROS

Nel 1595 arrivarono ad Alghero i frati Cappuccini. I frati si attivarono per ottenere un terreno e i fondi per l’edificazione delle strutture necessarie alla loro permanenza. Pare che i lavori per la costruzione della chiesa e del convento, siano iniziati intorno al 1600 per concludersi entro il 1605.
Le strutture sorgevano sul colle di San Giovanni e vi rimasero fino al 1718. Nel 1718 furono demolite dal cannone per paura che potessero diventare un luogo utile ai nemici di Filippo V di Spagna che voleva riprendersi la Sardegna già assegnata ai Savoia.
Al loro posto, sul Colle di san Giovanni, nella seconda metà del 1800 fu edificato l’attuale carcere della città di Alghero.
I frati espropriati dei loro edifici si attivarono e nel 1722 ottennero la cappella gentilizia del nobile algherese don Carlos Martì Boyl morto nel 1682. La cappella può essere datata prima del 1656 ed era dedicata a Santa Rosalia di Palermo in quanto il nobiluomo aveva abitato a Palermo per un certo periodo.



Descriviamo brevemente la chiesa, chiusa ormai da diversi anni.
Sul lato sinistro dell’edificio si addossa un portico  con le arcate tamponate, tramite il quale si accede all’ex convento dei Frati Cappuccini, che oggi è inglobato nel Quarter Sayal. All’interno troviamo una navata, coperta da volta a botte lunettata, dove si aprono due cappelle simmetriche: una a destra non più accessibile da quando, in tempi non lontani, fu incorporata da privati nell’attiguo edificio e l’altra a sinistra.
L'altare maggiore è realizzato in stucco marmorizzato policromo e ospita l’ottocentesca statua lignea policroma di San Giovanni Battista.
La pila di  marmo che si vede nei pressi dell’ingresso, con figuretta in rilievo di S. Rosalia risale alla metà del Settecento e ricorda l'originaria denominazione della chiesa.

La descrizione della chiesa è tratta da: Antonio Serra - Le chiese campestri di Alghero.

Nel maggio-giugno 2014 sulla facciata della chiesa è stata allestita una impalcatura per restauri che è stata rimossa nel 2018. Nel frattempo la palma di sinistra si è ammalata e si sta seccando. Ad oggi (giugno 2019) le palme si sono seccate tutte a causa del punteruolo rosso.

LA FESTA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA - I COBLES

In conclusione della ricerca non posso tralasciare di accennare ad un'altra festa di San Giovanni che ad Alghero si svolgeva il 6 maggio con grande solennità nei secoli tra il 1400 e il 1800 e che spesso viene confusa con la ricorrenza del 24 giugno. In realtà il 6 maggio si ricordava San Giovanni Evangelista che, secondo gli algheresi, aveva aiutato la città a sconfiggere i sassaresi e il Visconte di Narbona, i quali tentavano di scacciare da Alghero i catalano-aragonesi. Il fatto è avvenuto il 6 maggio 1412. Il 6 maggio è il giorno del martirio di San Giovanni Evangelista che, messo nell'olio bollente a Roma nei pressi della Porta Latina, si salvò e morì molti anni dopo, il 27 dicembre, giorno della festività del santo.
Il 6 maggio fu per diversi secoli celebrato dagli algheresi che in quell'occasione cantavano i Cobles. La festa fu infine abolita perché rinfocolava antichi attriti fra algheresi e sassaresi e talvolta generava scontri come riportato da Alberto della Marmora e dal canonico Angius. Il canonico Angius afferma che la ricorrenza nella prima metà dell'Ottocento manteneva "solo quello che era puramente religioso nella memoria di quella vittoria".
Come si può vedere dai documenti dell'Archivio Storico di Alghero le spese sostenute per la festa di San Giovanni "Ante Portam Latina" erano a carico del comune.

Antonio Serra – Le chiese campestri di Alghero

14. La Massoneria


LA MASSONERIA

Perché San Giovanni è patrono della Massoneria? 
Caratteristica universale delle antiche Confraternite è il patronato dei due santi: San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista. Il primo è precursore di Gesù, il secondo è autore dell’Apocalisse.
Questi due santi con l’avvento del Cristianesimo sono divenuti l’emblema del culto solare che in passato si festeggiava con i solstizi: la festa del Battista ricorre nel solstizio estivo, quella dell’Evangelista nel solstizio invernale.
Le Confraternite insieme alle religioni del passato avevano ereditato anche la celebrazione dei solstizi.
Durante il paganesimo le Confraternite avevano come protettore Giano Bifronte il cui culto coincideva con i due solstizi.


Giano era la divinità dalla doppia faccia. Una rappresentava il passato, la ricchezza degli antichi, mentre l’altra era il futuro, il progredire del cammino umano. Chi meglio dei due Giovanni avrebbe potuto sostituire il dio bifronte? Sotto il nome di S. Giovanni la Massoneria coltiva l’antico culto filosofico di Giano che era il protettore degli architetti.  

Ancora oggi molte logge in tutto il mondo aprono i loro lavori sul prologo del Vangelo di San Giovanni.
Tanti simboli delle logge sia nell’emblema sia nei sigilli richiamano espressamente i due santi. Ad esempio: aquila, Alfa-Omega simboleggiano l’Evangelista mentre il sigillo Agnus richiama il Battista. Durante la cerimonia si accende un fuoco, simbolo del tempo e del sommo potere. Con questa fiamma deve estinguersi ogni azione o sentimento consumato nelle tenebre dell’ignoranza. 
Il fuoco di San Giovanni è il simbolo della luce, il fuoco cosmico che è all’origine della vita, materiale e spirituale. Quel fuoco che sostiene, conserva e distrugge la vita ma, distruggendola ne crea un’altra.

13. Nel paleolitico


NEL PALEOLITICO

Già dal Paleolitico gli uomini avevano individuato i movimenti della volta celeste osservando una porzione di cielo da un punto fisso, ad esempio l'ingresso di una grotta.



Si incidevano ossa con segni che forse rappresentavano i cicli lunari come dimostrano reperti risalenti anche a 30.000 anni fa.



Ciò significa che già molto presto l'uomo ebbe consapevolezza del movimento ciclico del tempo e si rese conto dell'importanza di conoscere le scansioni dei mesi e delle stagioni. Probabilmente faceva osservazioni sulla comparsa e maturazione dei frutti della terra di cui si cibava, o sui movimenti migratori degli animali che cacciava e associava questi momenti a particolari manifestazioni del sole e della luna.
Una etnoastronoma francese, Chantal Jégues-Wolkiewiez ha avanzato l'ipotesi che a Lascaux sarebbe rappresentata un'antica mappa del cielo.


"Tutto è cominciato quando ho deciso di verificare una mia teoria" spiega la ricercatrice. "Avevo misurato l'orientamento dell'ingresso della grotta e mi ero convinta che durante il solstizio d'estate i raggi del Sole al tramonto vi entrassero fino a illuminare i dipinti della grande Sala dei Tori. Per questo motivo il 21 giugno 1999  mi sono recata sul posto. Era proprio come pensavo. Questo dimostrava che essa non era stata scelta a caso. I dipinti della Sala dei Tori erano fatti in modo che venissero rischiarati dal Sole morente del solstizio, forse perché il solstizio d'estate era un periodo speciale, che serviva come punto di riferimento per la misurazione del tempo durante l'Era paleolitica".

IN SARDEGNA  NEL NURAGICO

Non possiamo sapere se i gruppi di Neolitici che sono approdati sulle coste della Sardegna dopo la fine dell’ultima glaciazione (10.000 anni fa) avessero un loro metodo per misurare il tempo in quanto non abbiamo reperti che ci possano dare testimonianze in questo senso.
Di recente nel cuore dell’Isola di Sant’Antioco si è individuato un cromlech, Sa Corona 'e Marroccusu (3400-3200 a.C.) formato da anelli concentrici, realizzati con macigni di andesite basaltica, e si può ipotizzare che la struttura che si conserva ancora integra e semisommersa dalla macchia , fosse utilizzata per individuare dei riferimenti temporali.

Osservando i monumenti del successivo periodo nuragico si sono riscontrate delle particolarità che fanno pensare proprio ad una loro dislocazione funzionale all’individuazione di solstizi ed equinozi. 

In Sardegna alcuni pozzi sacri e tombe dei giganti sono direzionati verso l’alba dell’equinozio di primavera. Nel pozzo di Santa Cristina durante gli equinozi di primavera e d’autunno, un tempo era il sole a illuminare il fondo del pozzo, facendo passare i suoi raggi attraverso la gradinata.  

A Isili è consuetudine andare a vedere tramontare il sole del solstizio d'estate presso i resti di un nuraghe da cui si scorge il sole scomparire, all’orizzonte, sulla verticale del nuraghe Is Paras. La mattina dopo, sempre dallo stesso basamento o rudere di nuraghe, si scorge il sole sorgere sulla verticale di un terzo nuraghe. Ovviamente qualcuno dirà che è un puro caso. La maggioranza invece afferma che l’intelligenza dei popoli nuragici e il loro spirito di osservazione ha determinato la costruzione dei tre nuraghi proprio per individuare il solstizio d’estate.

A Sedilo presso il nuraghe Iloi gli appassionati di archeo-astronomia si danno appuntamento per ammirare il sole tramontare quasi perfettamente allineato sull’asse di un lato perimetrale del nuraghe. 
È un fenomeno che si può ammirare solo due volte l’anno, appunto in occasione del solstizio d’estate al tramonto e nel solstizio d’inverno, ma in questo caso all’alba.

Lo studioso Mauro Zedda ha effettuato delle osservazioni presso altri complessi nuragici per verificare le sue ipotesi ed è giunto alla conclusione che la quasi totalità dei nuraghi complessi – tra cui rientra anche quello di Iloi – hanno delle linee tangenti alle torri periferiche orientate verso uno dei punti dove sorgono o tramontano il sole e la luna nei solstizi e nei lunistizi.
Secondo Leonardo Melis le feritoie di alcuni nuraghi servivano per indicare i solstizi e gli equinozi. Osservando il nuraghe Aiga di Abbasanta Danilo Scintu ha notato che all'interno della sala del primo piano, a mezzogiorno nel solstizio d’estate il sole entra dal foro apicale della cupola e va a illuminare la nicchia frontale all’ingresso. Per ottenere questo effetto occorre calcolare i movimenti del sole, le esatte dimensioni di cupola, di base e di posizionamento della nicchia. 


Nicchia del nuraghe Aiga

Nell'immagine tratta dal libro “Le torri del cielo” di Danilo Scintu si vede l'interno della sala del primo piano del nuraghe Aiga di Abbasanta. Si fa anche l'ipotesi che la nicchia ospitasse la sepoltura di una persona importante, forse un eroe nuragico.


Sezione del nuraghe Aiga

12. In Europa e nel mondo


TRADIZIONI IN EUROPA E NEL MONDO

La quantità di notizie da noi trovate nei  libri e in Internet sull’argomento è veramente ingente.
È impossibile parlare di tutte le celebrazioni e riti che si sono tramandati nei millenni in ogni parte del mondo. Tuttavia cercheremo di dare un’idea della loro diffusione ed importanza partendo da testimonianze che risalgono alla Germania del 1300.

IN GERMANIA

Un testimone d'eccezione dei riti acquatici è Francesco Petrarca che in una sua epistola racconta, ancora meravigliato e stupito, di aver assistito a Colonia nel 1333 ad un'immensa folla di donzelle ornate di erbe odorose e di fiori che si immergevano al tramonto della vigilia di San Giovanni Battista nelle acque del fiume Reno.


Il poeta ricorda anche come gli fosse stato spiegato che si trattava di un antichissimo rito popolare molto sentito, specificatamente femminile, per allontanare le calamità dell'anno e garantirsi un'annata felice. 

IN GRAN BRETAGNA

Anticamente per il calendario inglese l’estate iniziava a maggio. Quindi il giorno di mezz’estate (Midsummer day), in Inghilterra, è il 24 giugno, giorno di San Giovanni; la notte del 23 giugno, la “Midsummer night”, è consacrata alle stregonerie e ai prodigi ed è popolata da spiriti, folletti ed elfi non sempre benevoli.
William Shakespeare nel "Sogno di una notte di mezza estate” (fine 1500) ha reso in tutta la sua magia questa notte straordinaria. 
Secondo le tradizioni celtiche e nordiche, la notte del 23 giugno il mondo naturale e il soprannaturale si compenetrano e così accadono eventi ritenuti impossibili. Il tempo si ferma. Cadono le barriere che separano le diverse manifestazioni dell'esistere. Ancora una volta appare il simbolismo della porta aperta sull'aldilà. Nella notte di San Giovanni questa porta misteriosamente si apre e i due mondi entrano in comunicazione.
Tornando ancora indietro nel tempo pare che nel sito di Stonehenge i megaliti siano allineati in modo da individuare i solstizi e gli equinozi.



IN CANADA - QUEBEC 

In Francia prima della rivoluzione la notte del 23 giugno il re accendeva personalmente il fuoco di San Giovanni.
I coloni francesi arrivati in Canada ripresero i festeggiamenti nel 1636 con cinque colpi di cannone e nel 1638 si fecero i primi fuochi accompagnati da canti e danze sulle rive del San Lorenzo. Anche qui troviamo il binomio acqua-fuoco. 
Inizialmente il patrono dei coloni francesi era San Giuseppe ma in marzo il freddo non consentiva festeggiamenti adeguati. La festa del 24 giugno assunse più importanza ed infine il Battista prevalse su San Giuseppe. Dal 1834 la festa ebbe anche connotazioni patriottiche. Nel 1908 San Giovanni fu proclamato patrono della nazione canadese francese.
Dal 1926 in numerose città del Canada si organizzano sfilate nelle quali non manca un bambino biondo vestito da piccolo San Giovanni.
Alla fine degli anni settanta la festa ha assunto nettamente una valenza politica e dal 1995 è l’occasione per riunire le differenti etnie presenti nel paese perché anche scozzesi e altri immigrati si integrino nella società canadese e trovino collocazione nella nazione. La sfilata comprende musiche e costumi che rappresentano le differenti comunità culturali che oggi compongono il Canada. 



Nel 2005 è nato il “Solstizio delle Nazioni” per avvicinare le feste dei popoli autoctoni e quelle del popolo del Quebec. Si accende il fuoco dell’amicizia (feu de l’amitié) il 21 giugno nella Giornata Nazionale dei Popoli Autoctoni. Le braci di tale fuoco serviranno per accendere il grande feu de joie del 23 giugno a Quebec. 

La festa, che mantiene un forte significato simbolico, è nata per rinforzare i legami d’amicizia tra i discendenti dei colonizzatori e i Nativi del Quebec. Prima dell'arrivo dei francesi, il Québec era abitato da popolazioni autoctone, 11 delle quali sono riconosciute dall'attuale governo. 

IN SPAGNA

La festa è sentita soprattutto in Catalogna. Alicante festeggia l’arrivo dell’estate con i Falò della notte di San Giovanni. 
Secondo la tradizione, gli abitanti di Alicante cenavano in campagna la sera del 23 giugno per festeggiare l’inizio dell’estate: mangiavano prodotti tipici e a mezzanotte accendevano i falò, ballavano intorno al fuoco, lanciavano petardi e facevano il bagno in mare. L’abitudine si rafforzò con il tempo e nel 1928 vennero istituite formalmente le Feste dei Falò della notte di San Giovanni. 


Hoguera che verrà bruciata nella notte di San Giovanni

L'omaggio al fuoco è strettamente collegato alle Fallas di Valencia, in cui le protagoniste principali sono autentiche ma effimere opere d’arte: le hogueras, enormi figure in cartone e legno a cui si dà fuoco durante la notte di San Giovanni.


La festa inizia ufficialmente il 20 giugno con la presentazione delle monumentali hogueras, che con il loro spirito satirico riempiono le strade di Alicante di arguzia e allegria. Lo stesso giorno si montano le barracas (tendoni) nelle quali si assaggiano i tradizionali fichi e le cocas, specie di torte salate con tonno, cipolla e pinoli. Il 21 giugno si tiene la sfilata delle bande musicali e delle commissioni di quartiere, con le rispettive “bellezze” e damigelle d’onore vestite con i costumi tradizionali. Il giorno dopo ha luogo l’offerta dei fiori alla patrona della città, la Madonna del Remedio, mentre il 23 è in programma la sfilata folcloristica internazionale.  Infine, il 24 giugno a mezzanotte arriva il momento clou della cremá (l’incendio). Dopo uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio bianchi a forma di palma, le hogueras di tutta la città bruciano in un’atmosfera piena di allegria, canti e balli, mentre i pompieri gettano acqua sugli spettatori nell’evento conosciuto come la banyá (il bagno).

Ma la festa non è ancora finita. Dal 25 al 29 giugno si tiene sulla spiaggia del Postiguet il concorso di fuochi d’artificio, e il centro storico della città ospita un vivace mercatino medievale con diversi spettacoli. Anche qui vediamo che la festa si prolunga fino al giorno di San Pietro.


NEI PAESI SLAVI


Il festival di Ivan Kupala o Kupalo in onore del solstizio d’estate è una celebrazione di origine slava tra le più antiche del mondo. In epoca cristiana le autorità tentarono di abolirla, ma la festa è rimasta nella Notte di San Giovanni del 24 giugno. Si credeva che Kupalo, il cui nome riecheggia la parola di origine indoeuropea ardere, fosse il Dio dell’Amore e la personificazione della fertilità della terra. Talvolta nel falò si brucia un fantoccio che è sovente un manichino di fattezze femminili (chiamato “strega” o Kupala, ma anche Marina o Morena, nome della dea slava della morte e della primavera) ma può avere anche nomi maschili (è chiamato nei vari villaggi Kupajlo, Ivan, Jurij, “nonno”, il Diavolo).



Oggi questo festival di atmosfera pagana si festeggia in Russia, nelle foreste a pochi chilometri da Mosca, ma in forme simili anche in Bielorussia e Ucraina. La tradizione vuole che si accendano fuochi e durante il tramonto si faccia il bagno in acque aperte per poi intonare canti e balli fino alla mezzanotte, quando le donne non sposate, ornate da una corona di fiori, corrono tra i prati.



 Per purificarsi dall’influsso delle potenze nefaste e cacciare indietro gli spiriti maligni nell’aldilà si raccolgono le erbe, ci si incorona con ghirlande di fiori “sacri” si adornano le abitazioni con mazzi di piante rituali, si salta sopra covoni di fieno.


Due coraggiosi saltatori sfidano le fiamme

11. Le tradizioni italiane


LE TRADIZIONI ITALIANE

IN CAMPANIA

Benedetto de Falco, dell’ordine gerosolomitano, nel suo libello “Descrizione dei luoghi antichi di Napoli” (1580) afferma che per antica usanza oggi non del tutto abbandonata, la vigilia di San Giovanni verso sera uomini e donne, nudi, si lavavano al mare persuasi di purgarsi dei loro peccati.
È interessante notare come il lavacro necessario per allontanare malattie e negatività sia qui inteso come purificazione dai peccati. 

Preistoria e folklore di Vittorio Lanternari  - L’Asfodelo Editore 1984   pag 167-168

  - Le noci di San Giovanni
"... unguento unguento
mandame alla noce de Benevento
supra acqua et supra vento
et supra omne maltempo ".

Tra le mille tradizioni italiane rimaste nella celebrazione del 24 giugno ricordiamo qui l’usanza di preparare un liquore tipico, il nocino. Secondo la consuetudine, le donne devono staccare le noci per il liquore quando la drupa è ancora verde, nella notte di S. Giovanni con una falce o una lama di legno, mai di metallo. L'infusione darà un liquore dalle virtù magiche, in grado di rigenerare le forze.

IN SICILIA

 Il 24 Giugno ad Alcara li Fusi (Sicilia) si organizza la festa popolare considerata dagli antropologi la più antica d'Italia. 

Il “Muzzuni” è una festa pagana, nella quale sono presenti i tratti distintivi di riti risalenti alla civiltà ellenica: è, infatti, un rito propiziatorio alla fertilità della terra, un inno al rigoglio della natura, all'amore e alla giovinezza.

Il muzzuni

La Festa coincideva con il Solstizio d'Estate. Originariamente veniva celebrata il 21 giugno; con l'avvento del Cristianesimo, venne spostata al 24 Giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, martire decapitato. Da allora elementi pagani e cristiani si mescolano in questo rito che si ripete da secoli. Il termine “Muzzuni” fa riferimento, probabilmente, alla brocca priva di collo (“mozzata”), o al grano che viene falciato e raccolto in fascioni (“mazzuna”) e, dal punto di vista religioso, a San Giovanni decollato (con la testa mozzata). Nella brocca addobbata con oro e seta vengono messi fiori,  spighe  e germogli di grano.


Ad Aci Trezza il 24 giugno c'è la rappresentazione di ”U pisci a mari”. Si tratta di  un  rito propiziatorio, parodia della pesca del pesce spada che si teneva nello stretto di Messina. Dopo vari tentativi i pescatori guidati dal Raisi riescono a catturare il pesce spada ma con un ultimo guizzo  la preda scompare tra i flutti. I pescatori disperati per la perdita capovolgono la barca mentre i giovani spettatori si tuffano in acqua. 


U pisci a mari

Durante la festa si svolge anche una Processione a mare. 

ALTRE LOCALITA' ITALIANE

A Civitanova Marche è ormai una tradizione consolidata il ritrovarsi  il  24 giugno ai primi chiarori dell'alba in spiaggia per celebrare la messa e bagnarsi i piedi 
In Friuli, nella regione Carnica, c'è la tradizione del lancio delle cidulas, rotelle di legno ricavate dal tronco di un abete giovane e infuocate. Il lancio è preceduto da una litania che indica i giovani che formano le nuove coppie. Il lancio si svolge nelle notti tra il 24 e il 29 giugno (Santi Pietro e Paolo). 
In varie località italiane il 24 giugno è usanza consumare lumache, animale posto sotto la protezione della Luna. Secondo la tradizione, le corna delle lumache portano discordia. Mangiandole e seppellendole nello stomaco la discordia viene scongiurata. 

Possiamo affermare che la festa è diffusa in tutta Italia pur con svolgimenti differenti. Vi sono località di mare dove prevale l’elemento marino come in Sicilia e nelle Marche, spesso troviamo il rito agrario della germinazione del grano e di altri semi, le pratiche divinatorie, e il comparatico svolto secondo varie modalità. 
Si diventa compari e comari con il salto del fuoco, la stretta di mano, lo scambio dei confetti, il rito del nènniri, e così via.  
I falò sono presenti quasi dappertutto ma non sempre vengono saltati. 


Civitanova Marche  Festa di San Giovanni. Alba del 24 giugno

10. Storia della festa


FORS FORTUNA

Ora volgeremo l'attenzione allo sviluppo della festa e alla sua trasformazione da pagana a cristiana.
Lanternari dice che i dati storico-religiosi documentati ascrivibili all'antichità più attinenti al nostro discorso rinviano, per quanto riguarda l'Italia,  all'epoca romana.



Nell’antica Roma il 24 giugno si celebrava la festività di Fors (il Caso) Fortuna. Il giorno è indicato nel calendario romano come “Solstitium”, “Lampas”, e “dies lampadarum”. La festa era dunque chiaramente legata al culto solare (solstitium) ed assume anche una valenza agraria poiché i Romani il 24 giugno inauguravano religiosamente la mietitura compiendo nei campi una processione con delle torce accese in onore di Cerere, divinità che incarnava la Terra Madre, supremo elemento femminile della ritualità agraria.
Questo porta a supporre che la giornata fosse dedicata anche a Cerere.
Secondo il mito Cerere, al lume delle fiaccole, andava a cercare la figlia Persefone (dea del grano) che per sei mesi viveva sotto terra con suo marito Plutone.

Tale festa, intesa come giorno dedicato al sole, costituiva un appuntamento talmente importante che ancora oggi, in Sardegna, il mese di giugno è chiamato, appunto, mese “de làmpadas”.
In occasione della festa di Fors Fortuna (24 giugno) e di Sol Invictus (25 dicembre), nell’antica Roma si organizzavano balli e mense. Una testimonianza ci arriva da Ovidio: “Andate e celebrate lieti, o Quiriti, la dea Felice! Correte in parte a piedi e in parte su celeri barche... Né poi vi vergognate di tornare ebbri a casa.” Aggiunge che Fors Fortuna è venerata dalla plebe perché si dice che il fondatore (Servio Tullio)  fosse plebeo e da strato umile fosse giunto al trono.

Il 24 giugno tra ricchi e poveri, schiavi e padroni non vi erano differenze. Tutti accorrevano ai due templi della dea Fors Fortuna per invocarne la protezione. Poi banchettavano e danzavano fino a sera.
Da questa festa derivò, in seguito, l'usanza medioevale di mangiare, giocare, danzare e cantare sui prati fra la Basilica di San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme.
Frazer ricorda come la festa del 24 giugno fosse presso i romani anche una festa acquatica, caratterizzata dall'attraversamento del Tevere su barche inghirlandate di fiori e  illuminate da fiaccole.
Spiega con questo duplice carattere (acqua e fuoco) la scelta della Chiesa di dedicare la festa a San Giovanni Battista. Il solstizio è dunque anche glorificazione dell'acqua, simbolo di fecondità e di purificazione, elemento di rigenerazione.
Nel processo di adattamento delle ricorrenze pagane a quelle cristiane, il calendario della Chiesa sostituì alle celebrazioni del Sol Invictus quella del Natale (e il Cristo nell'immaginario dei credenti è ritenuto significativamente il "nuovo sole della Storia"), mentre al solstitium estivo del calendario romano adattò il natale del Battista.
Anche Giano trovò posto in queste trasformazioni. Infatti il dio bifronte, custodiva le chiavi delle porte del cielo e delle porte solstiziali. Nel cristianesimo fu sostituito da Giovanni Battista e da Giovanni Evangelista.

SANT'AGOSTINO

Sant’Agostino (354-430) dovette giustificare il fatto che di San Giovanni, caso unico tra i  santi, si festeggiasse il natale oltre che il giorno del martirio, vero giorno di nascita agli occhi della Chiesa.
Il Padre della Chiesa trasse dal Vangelo di San Giovanni Evangelista lo spunto per assimilare al culto del Sol Invictus, molto diffuso nella Roma imperiale, i natali di Gesù e San Giovanni.
Fu Giovanni Battista a dire: “Illum oportet crescere, me autem minui”.
Sant’Agostino precisa: “In nativitate Christi dies crescit; in Johannis nativitate decrescit”.

Nei confronti dei riti popolari caratterizzati da una forte promiscuità sessuale e spesso dalla esibizione senza pudori del corpo, la Chiesa ebbe fin dai primi secoli un atteggiamento di estrema diffidenza.
Le storie pagane di San Giovanni partono dal IV secolo, con Sant’Agostino e la sua violenta polemica contro le indecenti licenziosità, le canzoni oscene, i divertimenti indegni che nelle campagne accompagnavano la festa del santo.
Sant'Agostino interviene esplicitamente contro l'uso il giorno di San Giovanni di bagnarsi in mare per purificarsi, definendolo una superstizione pagana che toglieva valore al battesimo cristiano.
Egli scrive: “Natali Johannis, de sollemnitate superstitiosa pagana, Christiani ad mare veniebant et se baptizabant. Adiuro, obstringo, nemo faciat” (Scongiuro, obbligo, che nessuno abbia a ripeterlo).
Lanternari aggiunge che tali moniti non ebbero efficacia se ancora nei primi anni del novecento nell’Africa mediterranea si praticava il rito battesimale pagano per il solstizio d’estate. 

9. Oggi in Sardegna


OGGI IN SARDEGNA

Ancora oggi in Sardegna la festa di San Giovanni è molto sentita soprattutto nei piccoli centri. Facendo una ricerca su internet abbiamo trovato l’elenco delle località sarde nelle quali si festeggia il 24 giugno. Talvolta si festeggia anche il 29 agosto, giorno della morte del santo.

In provincia di Oristano:
una festa campestre a Ghilarza;
la “Sagra della pecora” a Bauladu, Bidoni, Bonarcado, Milis Nurachi, Oristano, Paulilatino;
a Paulilatino si corre anche un’ “Ardia”;
a Bonarcado si organizza una corsa di cavalli montati a pelo fra le vie del paese;
ad Oristano il Gremio dei contadini festeggia il santo con cerimonie religiose.

In provincia di Nuoro per San Giovanni Battista si fa festa nei seguenti centri:
a Bosa processione religiosa, prove equestri e gara poetica;
a Dorgali festa campestre con balli, canti, musica, pasto;
ad Escalaplano festa campestre, processione in costume con traccas, folclore;
a Gavoi processione in costume, prove equestri, spettacolo folcloristico;
Isili propone una processione in costume tradizionale, traccas, balli e musica;
ad Oliena processione in costume, prove equestri, distribuzione pasto
ad Onifai  festa campestre, balli, musica, distribuzione di pasto;
a Seui processione religiosa, sfilata di cavalli, balli, canti, vini.
Di Fonni abbiamo già parlato diffusamente.

In Provincia di Sassari:
Il 23/24 giugno a Calangianus si organizza una festa campestre;
Ad Olbia “salto dei fuochi”, balli, gare di imbarcazioni e sagra del pesce fritto e dei frutti di mare;
a Sassari l’antico Gremio dei Contadini festeggia il suo patrono  san Giovanni Battista della Nebbia e il 29 agosto ne ricorda la decollazione;
a Bonorva dopo i vespri solenni si corre la tradizionale “Ardia”;
a Sennori  si organizza una sagra vicino alla chiesetta campestre;
ad Alghero si sono ripresi i festeggiamenti da un paio di anni cercando di riproporre le antiche celebrazioni, in primo luogo i falò;
a Bono la sagra con il rito de “Sas Funtanas” che conferisce virtù magico-terapeutiche all’acqua;
a Nulvi all’imbrunire vengono accesi i falò;
a Laerru si distribuisce un pranzo a base di prodotti tipici;
ad Ozieri è rimasto l’antico rito del “comparatico di San Giovanni”, Fogarones e Compares de Santu Juanne.


Un elemento fondamentale della festa è il falò.  Cerchiamo di capire il significato del fuoco attraverso le parole di James Frazer.

James Frazer, uno dei padri della moderna antropologia, ha dedicato molte pagine della sua opera Il Ramo d'Oro ai riti del fuoco. In particolare egli afferma che  il solstizio d'estate, cioè in termini cristiani la festa di San Giovanni, è " la più diffusa e solenne di tutte le festività rituali dell'anno celebrate dai popoli primitivi d'Europa".
Il solstizio è un punto di svolta dell'anno, lentamente il sole inizia a declinare, e per l'uomo primitivo è il momento di ricorrere a riti magici con cui arrestarne il declino, o quanto meno garantire la rinascita della vita delle piante.
Il falò deve servire a sostenere l'astro, ad aiutarlo a mantenere la sua potenza, allontanando le forze avverse. Un rito quindi che permette di espellere o tenere lontano tutto ciò che può essere dannoso a uomini, luoghi, piante, animali. Un rito di purificazione che fa appello al carattere purificatore del fuoco e dell'acqua.

È un rito di morte e resurrezione e dunque di fertilità.
"Nell'Europa moderna – scrive Frazer – la grande festa di mezz’estate è stata soprattutto una festa dell'amore e del fuoco. Uno dei suoi caratteri principali è la scelta degli innamorati che saltano sopra i fuochi tenendosi per mano e si tirano dei fiori attraverso le fiamme".

8. Paesi sardi dell'Ottocento


IL CANONICO ANGIUS

LA SARDEGNA DELL'OTTOCENTO

Nel 1833 l’abate Goffredo Casalis iniziò la redazione di un Dizionario Storico relativo al Regno di Sardegna. La compilazione della parte riguardante la Sardegna fu affidata al canonico Vittorio Angius.

L’opera si concluse nel 1856 ed è caratterizzata da rigore e precisione.
Ci siamo riferiti a tale opera per trarre informazioni sulla festa di San Giovanni nell’Ottocento in Sardegna. Il testo è riportato quasi integralmente nelle parti di nostro interesse.

“A Bidonì le principali sacre solennità sono addì 24 giugno per lo patrono (San Giovanni Battista), ed a’ 27 dicembre per lo compatrono s. Giovanni evangelista. Sono le feste de corriòlu, caratterizzate dalla distribuzione ai concorrenti di pane e carni.
A Bonorva si fa festa per San Giovanni Battista “che era per lo avanti una delle principali di tutto il Logudòro.” C’è una fiera, la corsa, fuochi artificiali, carole, e canti d’improvvisatori che in varie parti della piazza dove c’è la fiera gareggiano fino a notte avanzata.
A Cagliari nella sera del 23 giugno sino a dopo la mezzanotte è solito farsi gran rumore dalla gioventù e dalla plebe. Dappertutto è baldoria, e si prende diletto a lanciare  e a far scoppiare dei fuochi artificiali. Lo stesso si fa per San Pietro.
A Castelsardo secondo una superstizione si crede che se qualcuno si alza prima dell’alba nel giorno di San Giovanni Battista non avrà la rogna.
Chi strapperà una felce in quel giorno potrà vedere mostruosi spaventosi fantasmi.
A Dorgali per la festa di San Giovanni Battista si dà pranzo gratuito agli accorrenti, vi si corre il palio, e vi ha molta allegrezza per cantici e carole (danze medievali in cerchio).
A Laconi si festeggia per la decollazione del santo il 29 agosto e si dà lo spettacolo della corsa.
A Magomadas si celebrano due feste, una il 24 giugno e l’altra il 29 agosto. I balli nella pubblica piazza sono molto animati.
A Mara nella festa c’è molto concorso di ospiti, che fanno le loro divozioni e si sollazzano nei pubblici balli.
A Mores nella campagna non lungi dal fiume Malis si celebra una gran festa nella chiesa di San Giovanni con numerosissimo concorso da tutti i luoghi circonvicini, gara di corsieri, e sollazzo di continue danze e cantiche. 
A Nuragugume la festa è allegrata da pubblici divertimenti, principalmente da quello della danza al suono delle canne. 
Ad Oristano i sacerdoti illuminati che hanno cura delle anime studiano con grande zelo a estirpare certe pazze opinioni che si prendono nella prima età; ma il successo non è molto felice, perché la loro opera si annienta da coloro ai quali giova che il popolo ritenga quelle opinioni.
Continuano molte antiche superstiziose consuetudini, i capannelli nella veglia di S. Giovanni Battista, tra le cui fiamme passan di salto i ragazzi, non nell’intendimento degli antichi di purificarsi, ma per giuoco.
Nello stesso giorno, traesi dall’oscuro, e soventi da sotto il letto, il nènniri  (l’antico giardino di Adone), che è un fascio de’ germi che diedero le semenze del frumento, dell’orzo e di alcuni legumi, involte nella stoppia entro una scodella, e innaffiate. 
Se la germinazione sia stata prospera, la fanciulla che seminò il nènniri compiacesi di essere cara a S. Giovanni, dal quale crede stati innaffiati i grani, lo adorna di bei garofani, e lo manda in giro alle sue amiche ed anche a giovani delle famiglie consanguinee o amiche, perché tolgansi un fiore  e facciano alleanza di perpetua amicizia. Da quel giorno lasciano il tu se pria l’usavano , e prendendo il voi, si danno il titolo di comari e comari, o compari e comari.
Sono non poche fanciulle del popolo che versano il piombo liquefatto in una scodella di acqua per sapere di che mestiere sarà il futuro sposo, volendo indovinarlo dalla forma che presentino le stille di metallo.”
Parlando di Orotelli il canonico Angius specifica:
“La chiesa parrocchiale … è intitolata a s. Giovanni Battista, nella cui vigilia da molte persone di questo popolo, per la crassa ignoranza in cui giacciono, sin poco dopo la mezzanotte si dà opera alle più assurde superstizioni.”. Aggiunge poi che si celebrano alcune piccole fiere e si ha lo spettacolo della corsa dei cavalli.
A Pattada il 24 giugno si celebra una fiera, si corre il palio e si danza allegramente. 
A Sassari nella sera della vigilia si fanno fuochi di gioia, ma in modo molto maggiore che per S. Antonio da Padova (sic) e si accendono dai giovani polveri artificiali da mano, però in quantità molto minore che in Cagliari, dove se ne consumano molti quintali.
Nella plebe restano ancora radicate molte superstizioni, che, come in altre parti dell’Isola, così in Sassari, si praticano nella vigilia di questa solennità. La loro persistenza prova che il popolo non è ancora sufficientemente istrutto nella religione. 
A Senis si corre il palio e il popolo si sollazza nella danza nazionale all’armonia delle canne, o lionelle. C’è concorso di forestieri. 
A Seui in occasione della solennità, si prepara un pranzo popolare, al quale senz’invito sono ammessi quanti si presentino per parteciparne, sieno persone del paese, o forestieri.
A Siniscola le fanciulle per conoscere la condizione del futuro loro sposo usano nella vigilia di San Giovanni Battista preparar tre fave, una con tutta la buccia, l’altra sbucciata per metà, la terza totalmente. Nella mattina vanno a prenderne una ad occhi chiusi, e se prendono quella che ha tutta la buccia si persuadono che lo sposo sarà persona ricca, se la sbucciata lo sposo sarà povero, se l’altra sarà di mediocre fortuna. Usano pure prendere le cime di tre cardi asinini che abbiano il fiore. Tolto il fiore lo mettono sul tetto, poi nel mattino vanno a osservare: se vi trovano sopra le formiche lo sposo sarà possessore di pecore, se un insetto rosso alato che chiamano bacca de s. Antoni sarà proprietario di vacche, se uno scarafaggio sarà agricoltore.


A San Giovanni si raccolgono ruta, iperico, artemisia, verbena,  ribes, aglio, lavanda, rosmarino  corbezzolo, menta e altre erbe.
La raccolta va fatta all'alba quando le piante sono umide di rugiada.

Dopo il mezzodì della stessa festa parte dal paese verso il mare un gran numero di cavalli, e gli sposi portano alle groppe le loro fidanzate, i fratelli le sorelle, i mariti le mogli per bagnarsi, e poi si sollazzano sulla sponda. Le persone che non possono andare ala spiaggia si bagnano nel fiume, sì che il lavacro è generale.
Inoltre c’è una fiera, spettacoli e divertimenti con grande concorso di gente.
A Teti si fa la corsa dei cavalli.
A Thiesi la festa principale e veramente popolare è quella di S. Giovanni Battista, alla quale intervengono molti dai paesi vicini per visitar gli amici, e per godere dello spettacolo della corsa de’ barberi e de’ fuochi artificiali.
A Tramatza il 24 giugno si fa festa con gran quantità di popolo dai luoghi vicini, tenendosi nel vespro la corsa de’ cavali per i soliti premi (di solito pezze di stoffa). ”
Commentando in generale le feste l’Angius precisa che: “Le allegrezze corrispondono all’esito dei lavori agrari”


Suonatore di launeddas in un murale di Tinnura

Le testimonianze dell’Angius risultano oltremodo importanti. Infatti ci dicono come si festeggiava nell’Ottocento nei paesi e nelle città della Sardegna. Le attività principali erano le danze tradizionali al suono delle launeddas, la corsa dei cavalli, e il pranzo offerto gratuitamente a tutti coloro che si presentavano. Talvolta i paesi erano così poveri che non potevano organizzare la corsa dei cavalli in quanto era previsto un premio consistente di solito in una pezza di stoffa pregiata.
A Cagliari come ad Oschiri la festa di San Giovanni era associata a quella di San Pietro che si celebra quattro giorni dopo.


Ballo tondo nella piazza della chiesa 
Dipinto di Simone Manca di Mores

Anche in Sardegna il clero lottò inutilmente contro le superstizioni del popolo che continuava a praticare gli antichi riti agrari e purificatori. L’Angius precisa che la festa del 24 giugno era una delle principali di tutto il Logudoro e che i fuochi erano più numerosi che per sant’Antonio Abate. 
L’affermazione che “più il raccolto era stato abbondante, più allegra era la festa”, ci riporta col pensiero ad un periodo nel quale l’andamento della stagione agraria determinava la differenza tra salute e malattia, tra vita e morte. Festeggiare significava ringraziare per l’abbondanza e augurarsi che mai più tornassero gli stenti e le privazioni.


Vittorio Angius: “Città e villaggi della Sardegna dell’Ottocento” Ilisso - tratto dal  “Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna” di Goffredo Casalis- 1833-1856


7. In Sardegna


TRADIZIONI DELLA SARDEGNA

Proseguendo nella ricerca su libri e su internet abbiamo trovato altre usanze della Sardegna.

IN GALLURA

Dal sito dell’associazione “L’Elicriso” di Palau
“C’era chi dopo aver saltato a croce il fuoco per la purificazione e pa lu dolori di la mazza (contro il mal di pancia) si recava in silenzio presso una fonte dove si bagnava e beveva l’acqua ritenuta magica; quindi, tenendo l’acqua in bocca, doveva tornare al luogo dal quale era partito: era questo il rito detto di l’ea muta (l’acqua muta). Coloro che compivano insieme tutto il rito dell’acqua oltre a quello del fuoco diventavano compari e commari per la vita.
I galluresi di li marini (che abitavano sulla costa), usavano lavare i loro corpi nell’acqua marina prima del nascere del sole. La sera i giovani di entrambi i sessi, baciandosi, abbracciandosi, tenendosi per mano e saltando su grandi fuochi instauravano una parentela di tipo simbolico.(Tempio 1900).

Fra le tradizioni più diffuse in tutta l’isola quella di accendere dei falò è probabilmente di origini falliche e per questo associata al comparatico (compare di fuoco).

NEL NUORESE

Vittorio Lanternari riferisce che che il 23 giugno ad Orune, Oniferi, Orotelli, ecc. le ragazze vanno di notte in assoluto silenzio e in tutta solennità a raccogliere l’acqua dai pozzi.
Sempre in silenzio tornano in paese e spruzzano l’acqua su tutte le case. È questa “l’acqua muta” che purifica le abitazioni dagli spiriti malefici e mette in fuga gli animali nocivi.
Lavando il viso e il corpo con l’acqua così raccolta ci si libera da spiriti ossessivi e da malanni.
                                   
                                                                                     
Fonni: Pugioneddos che formano su Co'one de Frores 

A FONNI

San Giovanni Battista è il patrono di Fonni. Sono due i momenti più importanti che caratterizzano la magia di questa festa: 
1) La sfilata de S'Istangiartu, il "drappello d'onore di uomini a cavallo", che portano in processione per le vie del paese Su Co'one de Vrores, un originale e suggestivo pane floreale di Fonni; questo pane rituale ha origini antichissime e il suo significato è ancora avvolto dal mistero;
2) Sa 'Arrela e' Vrores  dove gli abili cavalieri in costume locale si esibiscono nelle tradizionali parillas, dimostrazioni acrobatiche con i cavalli in corsa. Il santo è festeggiato dai fonnesi da oltre 500 anni; ancora oggi questa ricorrenza è Sa die de vrores (Il giorno dei fiori).


Acrobazie sui cavalli

Un rito non del tutto scomparso è quello de s'abba de vrores (acqua dei fiori) probabile riferimento all'acqua di sorgente. Se raccolta nella notte fra il 23 e il 24 giugno le si attribuivano poteri taumaturgici contro le coliche e i calcoli renali.
Gruppetti di donne, anche di due persone, ancora oggi, infatti, nella notte del 23 giugno, su pispiru (il vespro) si recano in religioso silenzio alla fonte di Guttirillai , a duecento metri dalla Chiesa di San Giovanni; appena dopo la mezzanotte riempiono i recipienti di acqua, per poi percorrere per tre volte di seguito in senso antiorario le stradette che circondano la Chiesa, recitando tre "Credo", tre "Ave Maria" e tre "Gloria". Fino a pochi decenni fa questa usanza veniva praticata anche dagli uomini. Fra le tradizioni che meglio si sono conservate e che caratterizzano la festività del Protettore di Fonni è la corsa dei cavalli, sa 'arrela de vrores. 

SU CO'ONE 'E VRORES

Nella parlata locale viene chiamato su co'one de vrores il pane dedicato alla Festa dei Fiori, ossia la Primavera. Preparato in occasione della festa di San Giovanni Battista, viene confezionato da un'artigiana, l'unica rimasta a custodire quest'arte antica, Anna Coinu, per conto della "Società San Giovanni Battista". Si tratta di una complessa elaborazione composta da una focaccia a forma di torta (40 cm. di diametro e una decina di centimetri di spessore), sulla quale vengono infilati dei bastoncini di canna che reggono 160 pugiones (uccelli) e cinque puddas (galline). 

Al centro della composizione si trova il nido (cinque centimetri di diametro) decorato con dei chicchi di grano finto e con sopra tre pugioneddos (uccellini). Attorno al nido, vi sono quattro puddas, una delle quali porta sul dorso un pugioneddu. Il tutto è costituito da un impasto di acqua di sorgente con semola molto fine, miele, su pistíddu (mandorle grattugiate), manteca (composto di sostanze grasse fra le quali il burro). Il costo di su co'one si aggira intorno al milione e mezzo di lire e ha un peso di circa 8 chili. 

Per la sua preparazione occorrono cinque o sei mesi di lavorazione. Saranno inoltre confezionati circa altri 150 pugioneddos che, una volta terminati i festeggiamenti, verranno distribuiti ai soci, alle autorità, ai parenti ed amici del "cassiere", che è l'organizzatore dei festeggiamenti civili in onore del Patrono. 
Questa tradizione ha origine, secondo i fonnesi, da una terribile carestia del 1865 causata dalle cavallette. Rimando chi volesse conoscerla ad una ricerca su internet.
Basta digitare Fonni 1865.
Altri indirizzi internet per trovare notizie sono i seguenti:

www.fonni.it
 http://www.paesionline.it/sardegna/fonni/comune fonni.asp
Sito: Fonni Festa della Madonna dei Martiri e di San Giovanni Battista


Su co'one 'e frores

AD OSCHIRI

Ed ecco ora la testimonianza di Giovanna Fenu, una signora di 93 anni che con una invidiabile memoria parla della festa che si svolgeva ad Oschiri negli anni della sua infanzia.
“Il giorno di San Giovanni, dalla mattina, ogni rione o quartiere del paese preparava un altarino con l'icona del santo che veniva decorato con fiori e spighe di grano. Nel tardo pomeriggio la processione partiva dalla chiesa con la statua del santo e passava a benedire ogni altarino nei vari quartieri; in questa occasione veniva impartita anche l'eucarestia.
Poco prima del tramonto “prima de iscurigare” venivano accesi i fuochi “sos fogarones”, sempre uno in ogni rione. A volte in questi fuochi venivano bruciati dei fantocci fatti di spighe di grano e fieno, quasi sempre vestiti di tutto punto, che rappresentavano persone in vita e residenti nel quartiere da prendere bonariamente in giro. Davanti a questi fuochi con una stretta di mano si diventava comari e compari di “fogarone” o di S. Giovanni. Poi nelle case si mangiavano i dolci preparati qualche giorno prima o alla vigilia per festeggiare i nuovi compari e le nuove comari di fogarone. Non ricordo che ad Oschiri ci fosse il salto del fuoco anche perché i fuochi erano grandissimi e le fiamme alte...”

Troviamo qui i fantocci che rappresentano abitanti del paese che venivano bruciati nel falò tanto alto da non poter essere saltato.
Il salto del fuoco è qui sostituito dalla stretta di mano che sancisce il legame di comparatico. Inoltre troviamo riti agrari e celebrazioni sacre: grano, fieno, altari, processioni, benedizioni, eucaristia.
E infine, come nelle migliori tradizioni, si mangiano i dolci per concludere i festeggiamenti. La signora Fenu aggiunge che lo stesso rito, in tutto e per tutto uguale alla festa di S. Giovanni, si svolgeva il 29 giugno, il giorno di S. Pietro.


FILASTROCCA PER SALTARE IL FUOCO

In Sardegna compari e comari davanti al falò o saltando il fuoco cantavano:

Frade e cumpare meu                               
Santu Giuanne de Deu,
subra de inoghe giuramos
po Deu e santu Giuanne,
ne in bene ne in male.
In cosas de pragher
in cosas de allirghia,
frades e frades
semus in compania.
Finamente a nos morrere
lu ponzamos in assentu
chi demus esse’ frades a frades, 
frades de giuramentu,

Traduzione 

Fratello e compare mio
San Giovanni di Dio,
giuriamo qui sopra (il fuoco)
per Dio e san Giovanni
né in bene né in male.
In cose di piacere,
in cose d’allegria,
fratelli e fratelli
siamo uniti.
Fino alla morte
lo stabiliamo
dobbiamo essere fratelli e fratelli, 
fratelli di giuramento.

Da “La Grande Enciclopedia della Sardegna” Ed. La Biblioteca della Nuova Sardegna – 2007


Una coppia salta il fuoco tenendosi per mano.
L'immagine raffigura i festeggiamenti di Ivan Kupalo nei Paesi Slavi


Strafalcioni algheresi

La paglia marina In questo post troverete gli strafalcioni dell'algherese visto che qualcuno, per il desiderio di scrivere la...